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di Sergio Cattadori
A
42 anni percorro una strada buia contro un vento
freddo. Ho due ruote in mano, tanto per rendere
più difficile la mia pedalata. Ma cosa ci
faccio ancora con due ruote da pista? E la memoria
ritorna indietro nel tempo a tanti anni fà.
Un tempo avevo il sogno di diventare un grande campione
di ciclismo e mi iscrissi a una gara internazionale,
ma la mia squadra per l'occasione mi portò
via la bicicletta per darla a un altro ragazzo più
promettente di me. Deluso e amareggiato mi misi
in cerca di una nuova bici, e l'amico Allocchio
me ne diede una. C'era però solo il telaio,
quindi mi comprai due ruote - che allora mi costarono
parecchio - e partecipai a quella gara.
Correva l'anno 1985, ed era il primo incontro dopo
le Olimpiadi di Los Angeles. Est e Ovest si rincontravano,
olimpionici medagliati e comunisti incattiviti per
l'assenza forzata. Non sono mai stato un velocista,
ma la voglia di correre era tanta che mi iscrissi
alla velocità. Tutti con l'allenamento possono
migliorare, col cuore e sudore possono fare grandi
cose, ma la velocità è un'altra cosa:
è un dono, e non avendolo mai avuto ho sempre
ammirato i grandi velocisti della storia come Maspes,
Gaiardoni, Petenella, Bianchetto, Morelon e Nakano,
eroi il cui stare in bicicletta era un'arte, una
danza, una magia.
Dovevo aspettarmelo che un outsider come me sarebbe
stato in batteria con una testa di serie: batteria
secca con Lutz
Hesslich. Dopo quei grandi sembrò finire
anche l'arte di stare in bicicletta, arrivarono
i velocisti dell' Est solo potenza, velocità,
scatto, ma il cuore! Ero emozionato come un bambino
al primo giorno di scuola, e partecipare ad una
gara a Milano al Vigorelli era come vivere un sogno.
Ebbi paura quando la luce si oscurò nel corridoio
che portava al parterre, coperta dalla grandezza
fisica di Hesslich. La leggenda diceva che piegava
i manubri per la forza che esprimeva coi pettorali,
aveva il body attilatissimo aperto, i muscoli cosi
gonfi che Lou Ferrino sarebbe inpallidito.
Ci avvicinammo alla riga di partenza. Feci il gesto
di dargli la mano, ma lui non mi guardò nemmeno
e non fece alcun cenno di saluto. Era teso come
la finale di un Campionato del Mondo, ma di cosa
avrebbe dovuto temere da uno come me? Al sorteggio
mi toccò tirare il primo giro. Si diceva
che quella era la pista magica e forse in quel primo
giro un pò di magia mi arrivò davvero.
Alla fine del giro appena passata la riga bianca
mi fermai, attaccato alla balaustra. Surplace. Lutz
mi guardò in faccia, spaventato, stupito
come chi non se lo aspettava. E io lo fissavo con
un ghigno di chi ti sta fregando. Sentii l'esalazione
del pubblico nel velodromo, e tutti capirono che
Lutz Hesslich non riusciva a stare in bici. La sua
espressione cambiò come quella di un animale,
trattenne un urlo e partì per la volata,
due giri di volta a tutta. Io arrivai con un rettilineo
di distacco ma gli applausi erano per me. Hesslisch
mi si avvicinò e mi diede una pacca sulla
spalla. Era un campione, uno dei più grandi
velocisti di tutti i tempi, due Olimpiadi e quattro
Campionati del Mondo.
Ieri notte con una bicicletta da pista ho pedalato
per Milano con un gruppo di appassionati della ruota
fissa, e sono stato in un velodromo a girare.
Le emozioni sono state ancora le stesse.
FISSE.
Immutabili.
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