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di Gianni
Bertoli
Qualche
tempo fa ho letto sul "Corriere" la notizia
della ventilata ipotesi di ristrutturazione del
Vigorelli. L'impianto, così com'è,
ha costi di gestione troppo alti, non è funzionale,
non porta introiti. Si vorrebbe ridimensionarlo,
accorciare la pista, coprirla e sfruttare gli spazi
recuperati per altre attività più
remunerative. Che tristezza! Per gli appassionati
di ciclismo andrebbe a sparire un tempio; sarebbe
come ristrutturare il Duomo di Milano e ridurlo
a chiesa parrocchiale. Non so che fine abbia fatto
questa idea ma ieri, sfogliando alcune vecchie riviste,
ho trovato foto e articoli sulla pista di via Arona.
Ho chiuso gli occhi, respirato profondamente e mi
sono tornati alla mente ricordi di mezzo secolo
fa, sensazioni, profumi, rumori che mi sono rimasti
appiccicati addosso da allora, da quando il Vigorelli
era veramente la "pista magica".

Come
dimenticare le lunghe attese per l'arrivo del Giro
di Lombardia oppure le sfide tra i grandi velocisti?
E poi i duelli Coppi-Patterson, Coppi-Schulte, Messina-Anquetil
nell'inseguimento? E le velocissime gare degli stayers
dietro assordanti e vecchie motociclette nere con
trasmissione a cinghia? E l'interminabile ora di
Ercole Baldini, conclusa trionfalmente nella semioscurità
illuminata da migliaia di fiaccole che la folla
festante aveva improvvisato dando fuoco a giornali
arrotolati? E la voce inconfondibile di Carlo Proserpio,
mitico speaker, che annunciava dalla torretta dei
cronometristi? Il Vigorelli aveva anche un re. Il
re del Vigorelli era Antonio Maspes...ma di questo
parleremo un'altra volta.
Ogni
anno il Vigorelli apriva ufficialmente i battenti
il lunedì di Pasqua con una grande riunione
che vedeva impegnati i migliori specialisti della
pista e anche i più noti stradisti. La stagione
terminava ai primi di novembre con l'arrivo del
Trofeo Baracchi, classica gara a cronometro a coppie.
La pista, comunque, da marzo ai primi di novembre,
era frequentata tutti i giorni per gli allenamenti
e restava chiusa solo la domenica se non erano previste
gare. Era bellissimo andare al Vigorelli durante
gli allenamenti. Si vedevano girare contemporaneamente
professionisti, dilettanti, allievi ed esordienti.
Ogni tanto, quasi all'improvviso, si formava un
casuale "treno" eterogeneo e tutti via
a "menare" di brutto con cambi regolari
e tirate commisurate alla capacità dei singoli.
Poi, improvvisamente come era iniziato, il "treno"
perdeva velocemente le varie carrozze e poco dopo
tutti si sparpagliavano a rifiatare, pedalicchiando
sulla fascia di riposo. Intanto qualche velocista
provava uno scatto bruciante, una volata contro
avversari invisibili oppure un acrobatico "surplace"
sull'esterno della pista, all'inizio di una curva,
laddove la pendenza favoriva l'esercizio.
Durante
la settimana i cancelli d'accesso per il pubblico
restavano chiusi. Si poteva entrare attraverso una
pesante porta ricavata nel grande cancello d'acciaio
situato all'angolo di via Arona e via Giovanni da
Procida. Lo stesso cancello era quello che veniva
aperto per l'ingresso dei corridori al termine del
Giro di Lombardia, del Baracchi o dell'ultima tappa
del Giro d'Italia. Superata con fatica la pesante
porta, avevamo, a destra, l'abitazione del custode,
il corpulento e rubizzo Battista, che indossava
abitualmente un abito grigio con le mostrine del
comune di Milano, esattamente come i bidelli delle
scuole. Superata l'abitazione del Battista, una
porta neanche troppo grande immetteva nella zona
sottostante la tribuna centrale. Si percorreva un
lungo corridoio con in fondo i servizi, molto spartani
a dire il vero: diversi lavandini, alcuni WC e niente
altro. Sul lato destro del corridoio si affacciavano
gli spogliatoi che, non so perchè, venivano
chiamati "cabine". Le "cabine"
erano piccole stanze dal soffitto altissimo e contenevano
di tutto: biciclette appese, un paio di sedie o
una panca di legno, ferri da meccanico, pezzi di
ricambio, pompe, asciugamani, accappatoi, tute,
stracci bisunti, berrettini, vasi, vasetti, tubetti
e un tavolaccio di legno per i massaggi.
Il
lungo corridoio era inondato da un odore composito
di muffa, grasso e unguenti, nel quale dominava,
inconfondibile, il profumo potente dell'olio canforato.
A circa metà corridoio, sulla sinistra, una
rampa di scale portava al sottopassaggio, un lungo
corridoio dall'odore di muffa, dove i passi e le
parole rimbombavano in modo fastidioso. Al termine
del corridoio, un'altra rampa di scale immetteva
direttamente all'interno del recinto corridori,
quella zona del prato che, con felice similitudine,
Gianni Brera aveva ribattezzato "zeriba".
Il recinto corridori era semplicemente una porzione
quadrata di prato, delimitata da tubi Innocenti,
all'interno della quale restavano i corridori durante
le pause. Il recinto era in pratica la ripetizione
esterna, collettiva e ridimensionata delle "cabine":
vi si trovavano più o meno le stesse cose
ad eccezione del tavolaccio dei massaggi.

Dall'interno
si aveva un colpo d'occhio magnifico. La pista,
con i suoi 397 metri e 53 centimetri di sviluppo
alla corda, sembrava immensa e le tribune, con la
tettoia che copriva anche buona parte del parquet,
era imponente. Il fascino del Vigorelli non poteva
lasciarmi indifferente. Fin da bambino avevo sognato
di salire sulla pista magica. Fu così che,
un pomeriggio di primavera del 1958, con la licenza
da "esordiente" in tasca e una bicicletta
da pista rossa presa a nolo per duecentocinquanta
lire, salii, tutto emozionato, i gradini che conducevano
alla "zeriba".
La
pista era quasi deserta: giravano solo quattro o
cinque dilettanti. Mi avvicinai alla linea di riposo
in punta di piedi per non sporcare gli scarpini
con la terra del prato, posai delicatamente la bici
sul parquet, salii e cominciai a girare adagio sulla
fascia di riposo. Era una sensazione stupenda. Sentivo
solo il fruscio dei tubolari sui listelli di pino
della Val di Fiemme e mi immaginavo straordinarie
volate, colpi di reni e inebrianti vittorie. Le
curve ripidissime, però, mi incutevano timore.
Mi era stato detto che, per imparare, dovevo seguire
la linea azzurra di centro pista e andare ad una
velocità di almeno 30-35 km/h. A velocità
più basse non sarei "stato su".
Ad
un certo punto mi decisi. Lasciai la fascia di riposo,
mi portai sulla linea azzurra e cominciai a spingere
alla velocità consigliatami. Rigido come
un manico di scopa, i denti serrati, affrontai la
curva dopo il rettilineo d'arrivo. Era ancora peggio
di quanto pensassi. A quella velocità restavo
perpendicolare al suolo e non alla pista per cui
il gomito destro sfiorava il parquet mentre sul
lato sinistro avevo praticamente il vuoto. Mi sembrava
di essere nel pozzo della morte. Provai alcune volte
poi, spossato più dalla tensione che dalla
velocità, tornai a girare sulla fascia di
riposo. Mi parve che mi si fosse allentata la cinghietta
del fermapiede destro. Con molta cautela, dettata
dalla desuetudine all'uso del pignone fisso, mi
chinai a regolare la fibbia. Quando rialzai lo sguardo
mi trovai davanti la schiena blu e nera di Ballan,
un dilettante di secondo piano della U.S. Azzini,
che stava procedendo molto lentamente. Eravamo all'ingresso
della curva. Non potevo rallentare più di
tanto e non sarei mai riuscito a superarlo sulla
destra perché non sapevo come affrontare,
in una situazione del genere, la pendenza della
pista. Ebbene, non trovai di meglio che sorpassarlo
da sinistra, sul prato, per poi rientrare sulla
fascia di riposo. Mentre un lungo brivido per lo
scampato pericolo mi percorreva la schiena, udii
la voce di Ballan: "Ehi, ma cosa fai? Sei ciucco?".
Feci finta di niente. Percorsi mezzo giro, scesi
di pista, riconsegnai la bicicletta e me ne andai
in tribuna: avevo capito che non sarei mai diventato
un pistard.
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gli altri racconti di Gianni Bertoli sul sito "Em
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